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Ed ecco a voi Milano 4

di Gianni Barbacetto 

Milano 4 potrebbe nascere qui. In una grande area verde alla periferia di Monza in cui fino a metà degli anni Settanta pascolavano le mucche e che ora è coltivata a frumento, orzo, soia, girasoli. Un polmone verde che secondo almeno un paio di piani urbanistici doveva restare verde e anzi diventare un grande parco nel cuore del supercementificato hinterland milanese. E che invece una bacchetta magica ha trasformato, a sorpresa, in zona edificabile. La bacchetta magica è stata agitata, lo scorso agosto, da un mago-sindaco e da una fatina-assessore all’urbanistica, entrambi di Forza Italia. A tutto vantaggio del proprietario dell’area, che porta un cognome piuttosto noto: Berlusconi.

 Se l’affare va in porto, il Berlusconi in questione (Paolo, titolare degli affari immobiliari ed editoriali della famiglia) realizzerà un colpo da 600 miliardi. L’area delle magie estive, attraversata pigramente dal fiume Lambro, ora è imbiancata dalla brina invernale e sfocata dalla nebbia. Si chiama Cascinazza, per via della grande, tradizionale cascina lombarda che vi sorge nel mezzo, e ha una storia lunga e complicata. Ma che vale la pena tentare di raccontare.  

 AMARO, PER I RAMAZZOTTI. C’era una volta una grande azienda agricola, la Cascinazza, con mucche e trattori, campi coltivati, semine e mietiture. Alla Cascinazza (720 mila metri quadrati) ha abitato e lavorato, fino a metà degli anni Settanta, una ventina di famiglie con i bambini che giocavano sull’aia. Ma già negli anni Sessanta del boom, attorno cresceva il cemento. I proprietari dell’area, la famiglia Ramazzotti (quelli dell’amaro) fiutano l’affare e chiedono la licenza edilizia. Concessa. Nel 1962 firmano con il democristianissimo Comune di Monza una convenzione che permette di tirar su, sui prati della Cascinazza, quasi due milioni di metri cubi di cemento.

 Nel 1964, però, arriva il piano regolatore di Monza (il Piano Piccinato, realizzato dal primo centrosinistra locale), che taglia drasticamente l’edificabilità: da 1.800.000 a 388.000 metri cubi. Eppure i Ramazzotti non costruiscono neppure una casetta: non è il loro mestiere, forse non hanno neppure i soldi necessari. Anzi, si fanno sfuggire l’occasione (colta al volo in tutta Italia da una schiera di proprietari svegli: mezza Italia è stata costruita così) di edificare tutto quello che volevano, poiché tre anni dopo l’adozione di un piano (dunque nel 1967, per Monza) decade la salvaguardia, ossia la validità del piano, opportunamente frenato come mille altri in qualche ufficio ministeriale romano.

I Ramazzotti, invece, nei primi anni Settanta vendono l’area a un giovanotto che ha grandi progetti per la testa, un certo Silvio Berlusconi. Sotto le basettone, Silvio ha in mente di realizzare una edilizia inedita in Italia, case di lusso immerse nel verde, una città satellite. La Cascinazza poteva essere la sede di Milano 2. Ma poi Berlusconi trova più comodo sperimentare le sue idee qualche chilometro più in là, a Segrate. Impegnato altrove, sui prati della Cascinazza lascia crescere i girasoli. L’affare, per ora, è solo rimandato. 

Peccato che all’inizio degli anni Ottanta piova dal cielo un nuovo strumento urbanistico, il Piano dei Servizi, che azzera la possibilità di edificare: l’area, ordina, deve restare verde. Il piano è figlio della cultura vincolistica di quegli anni, ma anche di una legge non scritta ma infallibile, a Monza: chi viene da fuori, non muove neppure un mattone. Non riesce a costruire nulla (prima di avere il via libera della Dc) neppure quel Giambelli che pure era qualcuno solo pochi chilometri più in là, a Vimercate, tanto da tirar su due torri a forma di matitone; e che aveva cercato invano di farsi accettare diventando presidente del Monza Calcio. 

Poi arriva Tangentopoli e il sistema dei partiti locali viene azzerato. Il 1992 di Mani Pulite a Monza è una bufera, democristiani e socialisti cadono a schiere, colti con le mani nei cassetti dove sono riposte tangenti e mazzette, e tutti cadono proprio sul campo dell’urbanistica e dell’edilizia.

LE DUE FASI DELLA LEGA. Il rinnovamento, come in molte zone del Nord, prende la faccia di Umberto Bossi. La Lega stravince le elezioni comunali del 1992 e il sindaco dal nome brianzolissimo, Marco Mariani, mette su una giunta sostenuta da Lega e Verdi, con l’appoggio esterno di Pds e repubblicani. La bandiera sventolata è: finalmente chiarezza, trasparenza e pulizia dietro i mattoni. Per mantenere l’impegno, viene chiamato a Monza un professionista fuori dai giri, un’autorità indiscussa dell’urbanistica: il professor Leonardo Benevolo. Il professore si rimbocca le maniche e prepara il nuovo piano regolatore, basato su un ragionamento che, semplificato alquanto, suona così: Monza, persa la vecchia identità industriale, si è ridotta a città-dormitorio, ricca di soldi ma povera di servizi. Terza città della Lombardia (quasi nessuno lo ricorda, ma solo Milano e Brescia sono più grandi, con Bergamo la partita è aperta...), non ha bisogno di ulteriore espansione abitativa (sono già circa 3 mila gli appartamenti vuoti), ma di attirare funzioni pregiate, di migliorare la qualità della vita offerta e i collegamenti con Milano. Dunque: restauro del centro storico; sitemazione del grande Parco Reale (quello a nord, dove c’è l’autodromo); razionalizzazione e moderata espansione abitativa nella fascia delle periferie; e costituzione di un grande parco a sud, il cosiddetto “parco di cintura”, da arricchire con servizi.

Il primo atto urbanistico della giunta leghista spruzzata di verde, nel 1993, è  appunto il varo del “parco di cintura”, in gran parte costituito proprio dall’area agricola della Cascinazza. Nel 1997, poi, il piano regolatore firmato da Benevolo è adottato dall’amministrazione comunale. La Cascinazza diventa area riservata tutta a verde e servizi, fulcro di quel “parco sud” che dovrà far da contraltare al “parco nord” dell’autodromo. Ma intanto il clima è cambiato. Gli interessi premono. Potentati, vecchi e nuovi, assediano l’amministrazione. La Lega già nel 1994 ha fatto posto in giunta a uomini dell’ex Msi e dell’ex Psi (che poi daranno vita a Forza Italia locale). L’assessore all’urbanistica, Maurizio Antonietti, architetto, indipendente di sinistra, dopo aver resistito a muso duro fino alla consegna del nuovo piano regolatore, nel 1995 non ha potuto far altro che dimettersi.

Alle elezioni comunali del 1997 si scontrano Ulivo, Polo e Lega. Dal ballottaggio, tra Polo e Ulivo, esce vincente un industriale dell’abbigliamento sportivo che si firma dottore senza avere la laurea e si vanta di avere contatti diretti con “Il Dottore”, inteso come Silvio Berlusconi: sindaco diventa Roberto Colombo. Mani Pulite è stata dimenticata, e con essa anche il piano regolatore di Benevolo e Antonietti, che credevano di essere a Lille, a Lipsia, a Manchester, città europee non troppo dissimili da Monza, recentemente strappate alla crisi post-industriale e riqualificate da robusti e coraggiosi interventi urbanistici. E invece sono a Monza, Italia.

BENEVOLO, BELLO E IMPOSSIBILE. Il piano regolatore riposa in pace in qualche cassetto, senza trovare la strada che lo dovrebbe portare all’approvazione definitiva. Intanto la nuova giunta del Polo nel 1999 vara quattro varianti che di fatto sono un nuovo piano regolatore, che contraddice quello di Benevolo. La quarta variante, prodotta tra luglio e agosto, mentre i monzesi sono al mare, è quella determinante: azzera il parco di cintura, sul quale permette di costruire qualcosa come 1.400.000 metri cubi di cemento, di cui 300.000 sull’area della Cascinazza. é come se sulla periferia di Monza atterrasse una città grande quanto la vicina Biassono.

Finalmente Berlusconi, dopo tanti anni, ha vinto. Ora può cominciare a pensare a Milano 4. L’assessore all’urbanistica che firma l’operazione è Daniela Tomé, avvocato di area ciellina, nota per essere titolare, nel suo piccolo, di un conflitto d’interessi: prima di diventare assessore ha lavorato nello studio dell’avvocato Giuseppe Sala, legale della società di Berlusconi proprietaria della Cascinazza, in una lunga, interminabile causa intentata da Berlusconi contro il Comune di Monza...

Il piano regolatore del professor Benevolo, dicono oggi sindaco e assessore, è bello ma impossibile: come fare tutti quei parchi, come acquistare tutte quelle aree, dove trovare tutti i soldi necessari? La Cascinazza, per esempio, vale 200, 300 miliardi, si dice in ambienti vicini al municipio. Meglio lasciar costruire ai proprietari, che in cambio dovranno cedere e attrezzare a verde una parte delle loro aree. È il mercato, bellezza... Ma questo mercato, rispondono i difensori del parco, è deciso anche (e in maniera determinante) dalla pubblica amministrazione: se un proprietario sa che non avrà mai il permesso di costruire su un’area, il valore di questa sarà mille volte inferiore al valore di un’area su cui sa che, prima o poi, aprirà i cantieri. Ma anche oggi, in queste condizioni di mercato, le voci interessate a rendere impossibile l’acquisto pubblico dicono che la Cascinazza vale 2 o 300 miliardi, ma i documenti dicono ben altro: nel 1994 ne valeva 33 (dichiarazione di Berlusconi ai fini del pagamento dell’imposta Ici); e oggi ne vale 47 (stima dell’Ufficio tecnico erariale).

Come finirà? Riuscirà un sindaco, fedele di Berlusconi (Silvio) a rendere la Cascinazza edificabile per Berlusconi (Paolo)? A frenare, ora, sono quelli di Alleanza Nazionale, spaventati perché le varianti di piano faranno arrivare a Monza nuovi centri commerciali, invisi ai loro elettori commercianti. Ma se arriverà Milano 4, nell’anno ottavo dell’era post-Tangentopoli, potrà perfino avvenire senza infrangere la legge: la fedeltà al partito-azienda può rendere superflua la tangente. Una legge, in verità, è però già stata infranta: quella non scritta che impediva di far affari a Monza a chi non è di Monza.

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